La carità non va in vacanza. A colloquio con il vice direttore della Caritas diocesana con don Sergio Ciresi

 

ciresi 2a

Don Sergio Ciresi è da dicembre 2017 il nuovo Vice direttore della Caritas Diocesana. Lo incontro nella parrocchia di Maria SS. Immacolata di Palermo nel quartiere Montegrappa, dove è parroco da dicembre dell’anno scorso. Mi accoglie nel piccolo ufficio parrocchiale. La giornata è quasi al termine. È finita la celebrazione della Messa e via via i collaboratori salutano e la chiesa si chiude. Il silenzio prende un po’ il possesso dei locali, ma i rumori provenienti dall’intenso traffico urbano non danno tregua. “È sempre così – ci dice – 18 ore su 24. Questa strada è di grande comunicazione e non vi è mai un attimo di pausa. Anche questo è un aspetto costitutivo del quartiere e della parrocchia”.

Già, la parrocchia. Quanti abitanti conta, chiedo?

Di giorno o di notte?

La risposta mi spiazza alquanto e chiedo: perché, che differenza fa?

Perché nel territorio parrocchiale è compresa l’università. Chi deve prendersi cura degli studenti che vi risiedono per tutto il giorno e vanno via la sera?

Già, chi?

Secondo me la parrocchia dove si vive ed io in tal senso sto iniziando una collaborazione, ancora in una fase iniziale, con il cappellano dell’università che si dedica loro per tutto il giorno. Ma questa impostazione è ormai costitutiva di ogni impegno pastorale. La parrocchia segue la vita delle persone o le persone devono inseguire la parrocchia quando ne hanno bisogno?

È molto interessante quanto ha detto; dove l’ha imparato?

Nella mia precedente esperienza di vice parroco, nella parrocchia di san Giuseppe Cottolengo, nel quartiere Malaspina. Nel territorio parrocchiale insistevano alcuni uffici, soprattutto regionali. E capitava spesso che alcuni dipendenti si rivolgessero alla parrocchia per l’amministrazione di alcuni sacramenti, la cresima in primis, sostenendo che non avevano tempo di andare nella propria parrocchia che era nel paese dove abitavano e che distava magari 50 km da Palermo.

Comprendo subito che la discussione si fa impegnativa e viro sul tema concordato. Chiedo di raccontare le novità organizzative e non, che sono accadute nella Caritas Diocesana negli ultimi mesi?

Partiamo dall’organigramma della Giunta direttiva che è stata rinnovata nel dicembre del 2017. Il Presidente è ovviamente l’Arcivescovo; il pro direttore è fra Pino Noto e i due vice Direttori io e Mario Sedia, oggi Presidente della Coop. Soc. la Panormitana, braccio operativo della Caritas Diocesana; c’è poi il Diacono Don Salvatore Corselli in qualità di tesoriere e il Dott. Antonio Barbera come revisore contabile.

Da dove avete cominciato?

Ci siamo dovuti subito confrontare con la necessità di operare una riorganizzazione interna frutto del grande e impegnativo servizio reso negli ultimi anni nella accoglienza delle molte migliaia di immigrati che giungevano al porto di Palermo. Era una Caritas dimensionata per l’emergenza immigrazione, che si è protratta per diversi anni. Finita l’emergenza ci stiamo dedicando alla normalità.

E questa impostazione che conseguenze ha avuto?

L’inevitabile ed involontaria disattenzione al territorio diocesano e ai suoi variegati problemi, si era tradotto nel fatto che si facevano pochi incontri di formazione con le parrocchie. Altra conseguenza è stata sul piano economico, perché buona parte delle risorse economiche erano destinate a questo fronte.

E la conseguenza in concreto?

Un ridimensionamento delle risorse umane ed economiche ed un adeguamento alla lettura più complessiva del territorio. Operazione non semplice né facile, che adesso possiamo dire di aver portato in buona parte a compimento. Ma contestualmente siamo tornati sul territorio.

E con quali strumenti?

Principalmente con incontri di formazione che hanno visto riuniti sotto la presidenza dell’Arcivescovo gli operatori pastorali in parecchie occasioni. Con l’obiettivo pedagogico di educare a essere e fare Carità.

Che difficoltà avete incontrato?

Quando si crea uno spazio chiunque lo può occupare. In questo caso le parrocchie prive di una direzione collegiale sono andate per la loro strada, svolgendo egregiamente il proprio compito, ma senza un necessario coordinamento con tutto il resto. Ma non solo.

E cioè?

In molti casi prive di una direzione da seguire, le parrocchie si sono impegnate con grande generosità nella distribuzione degli alimenti o dei vestiti, ma trascurando un compito altrettanto importante che è di carattere educativo e che riguarda la testimonianza cristiana da offrire a tutti.

E in concreto come siete intervenuti?

Ponendo una netta distinzione tra Centro di Ascolto e Centro di Aiuto e invitando tutti a porre la massima e prioritaria attenzione al Centro di Ascolto, al fine di incontrare le persone nella pluralità delle loro esigenze, e non solo a partire dalle richieste che fanno. Abbiamo dunque iniziato a destrutturare la mentalità esistente che era spesso burocratica e priva di un reale coinvolgimento e a volte incapace di accogliere l’altro per ciò che è e non per ciò che ci esprime come suo bisogno. Situazione che accomuna molte Diocesi e che non giustifica nessuno. Si rischia infatti di ridurre la parrocchia a dispensatrice di servizi, da quelli liturgici a quelli catechetici, da quelli caritativi a quelli del divertimento privando i fedeli della possibilità di ridare senso alla propria vita.

Come è diviso l’impegno all’interno della Caritas?

Vi sono tre aree: Promozione Caritas, Promozione Umana e Mondialità e Pace. Io sono il responsabile della prima area, quindi curo il rapporto diretto con le parrocchie ed il territorio attraverso incontri di formazione in cui dare gli strumenti più idonei per fare comprendere il valore e l’importanza di un Centro di Ascolto. Questo è un luogo in cui le persone devono essere incontrate, più volte, ascoltate e accolte e poi sostenute e accompagnate. Accompagnare è il termine più giusto per spiegare questo servizio.

E qualche conseguenza di questa nuova impostazione?

Capita che gli operatori impegnati finora “in un fare” cambiando impostazione e prospettiva scoprono di avere carismi e doni di cui non si sono resi conto e che possono mettere a servizio della comunità Ma vale anche il contrario, perché coloro che sono incontrati così si sentono accolti e compresi e diventano in grado di comprendere di più loro stessi. In questo modo anche loro superano il convincimento di essere destinatari di una donazione e imparano ad essere membri attivi di una comunità. Scoprono così di essere anche loro figli di Dio come tutti, non solo con i loro bisogni, ma anche con i loro desideri. Ecco perché invitiamo gli operatori a prendere in carico tutta la persona e non solo la richiesta pur urgente e legittima che pone.

E quindi cosa state facendo?

Stiamo di meno in ufficio e andiamo più spesso nelle parrocchie. È il nostro ufficio che deve divenire “prossimo” per le parrocchie e non deve essere la parrocchia che deve bussare alla porta della Caritas Diocesana. Ecco perché è fondamentale lavorare insieme scambiando informazioni e strumenti utili per rendere il miglior servizio possibile. Bisogna insieme superare la concezione dei compartimenti stagno.

E qual è questa concezione?

Il bisogno è uno, unico e della totalità della persona, indipendentemente da dove abita o a quale porta bussa. Non c’è un bisogno della Caritas parrocchiale che viene prima di quello diocesano o viceversa. Pur essendo necessari operatori parrocchiali che abbiano compiti e competenze specifiche, è tutta la comunità che è Caritas parrocchiale. Non può accontentarsi di intervenire in circostanze eccezionali, quando per esempio non sono sufficienti i beni alimentari da distribuire mensilmente. Questo di cui parlo è un processo, non si può risolvere con qualche riunione; ma rimane necessario fare comprendere che mentre gli operatori svolgono i compiti specifici di loro competenza è tutta la comunità parrocchiale che deve farsi carico delle persone che vengono a chiedere aiuto. C’è poi da tenere conto di alcune specificità legate al territorio.

In che senso?

Ci sono Caritas parrocchiali che per il fatto di operare in un territorio, per esempio la periferia piuttosto che il centro, devono intuire e comprendere le proprie specificità. Sono reduce da un incontro nella parrocchia di san Gaetano a Brancaccio in cui questa particolarità è balzata più evidente. La Caritas di San Gaetano per il luogo in cui opera e la storia che ha alle spalle, deve più di altre essere un faro e un laboratorio sul tema della legalità. Ma c’è un esempio più facile.

Quale?

Quello delle parrocchie delle località balneari, che d’estate devono ovviamente offrire accoglienza e sostegno a quanti momentaneamente sono lì per le vacanze. A livello nazionale si chiama pastorale del turismo.

E come può farlo la Caritas diocesana?

Creando dei percorsi educativi legati al tema specifico, per esempio.

Ma non c’è il rischio di creare esperti e percorsi selettivi, in contraddizione con quanto abbiamo detto?

No, perché non è una rincorsa alla specializzazione, ma un invito ad una maggiore e più attenta lettura del territorio, soprattutto in rete con altre parrocchie, magari limitrofe, coinvolgendo soprattutto i giovani in percorsi che sappiano coniugare la generosità di cui sono carichi con la necessità di una comprensione più ampia e completa per esempio della povertà a Palermo. D’altra parte se la Caritas parrocchiale non legge e non si apre al territorio è tutta la comunità parrocchiale che ne soffre e si ridurrà inevitabilmente alla sola attività di catechesi, cioè alla preparazione ai sacramenti.

E più in concreto?

Più in concreto significa che se è il territorio con i suoi bisogni che stabilisce le priorità e i tempi, e non l’organizzazione della parrocchia, si superano tanti vincoli o steccati, primo tra tutti quello legato alla interruzione dei servizi caritativi durante l’estate. Anzi l’estate sarebbe il tempo propizio per fare quello che durante l’inverno risulta più difficoltoso. Penso per esempio alla solitudine degli anziani, soprattutto d’estate. Per fare loro compagnia non ci vuole nessun titolo professionale né rinunciare a settimane di ferie. Basta ritagliare piccoli spazi durante la giornata, o la settimana almeno per coloro e sono tantissimi che non lasciano la città. Questo è uno dei tanti modi per scardinare la convinzione che d’estate si riducono le attività caritatevoli. Ma c’è ancora dell’altro.

Cosa?

Certi progetti per essere efficaci e condivisi non possono poggiare solo sull’impegno di una singola parrocchia. Fare rete non vuol dire appena aumentare le risorse e le disponibilità, ma anche superare schemi e riti che in molti casi sembrano inamovibili. Da questa semplice rilevazione nasce la necessità di cominciare a fare una pastorale d’insieme per determinate zone pastorali, lasciando ad ogni soggetto presente sul territorio la propria identità, ma facendo in modo che le disponibilità messe insieme possano raggiungere persone e obiettivi diversi da quelli tradizionali.

È possibile fare un esempio?

Parliamo di un gesto che è comune a molte parrocchie: il pranzo di Natale per i più poveri. Perché non rimanga isolato al periodo natalizio è necessario che sia pensato come un gesto che continua tutto l’anno, secondo altre modalità. Può darsi che una parrocchia abbia i locali, ma non gli operatori, che un’altra abbia il cibo ma non la capacità di organizzare. Ma tutti possono dal giorno successivo “adottare” una famiglia tra quelle che partecipano e trovare il modo di stringere un’amicizia che travalichi il tempo e lo spazio. Ma c’è già in atto un progetto che va in questa direzione.

Quale?

Il progetto denominato “In-con-tra”, sostenuto dalla Caritas Italiana che prevede il coinvolgimento su un determinato territorio palermitano di quattro parrocchie, ciascuna delle quali collabora con disponibilità proprie e diverse dalle altre, che ha come obiettivo il sostegno alle famiglie attraverso l’incontro intergenerazionale, prevedendo attività specifiche sia d’estate che d’inverno. Abbiamo appena iniziato ed il progetto ha una durata di due anni. Lo slogan che ci siamo dati è: i progetti devono diventare processi.

Perché parlava di pastorale?

Perché il tema che raccoglie tutto quello di cui abbiamo parlato è la pastorale. Una pastorale integrata, cioè un modo di testimoniare la fede con e tra i fratelli, nella carità, nella catechesi e nella liturgia, partendo dalla pluralità dei loro bisogni che non sempre sono solamente quelli che esprimono quando vengono in parrocchia con il foglio dell’ISEE in mano.

Concludiamo con una battuta sulla Caritas Italiana.

Una battuta è troppo poco e non coglie la complessità di ciò che si fa e dei problemi con cui confrontarsi. Posso però ricordare quanto ha detto alcuni mesi fa il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio dal suo qualificato punto di vista nazionale. Ci ha detto che il giudizio, il pensiero comune che la gente ha della Caritas è molto positivo, certamente più di quello degli addetti ai lavori. Questo deve farci riflettere ogni giorno sul tesoro prezioso che ci è stato messo in mano, che non sono appena gli strumenti per aiutare i poveri, ma i poveri nelle loro persone.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per offrire servizi in linea con le tue preferenze. Se non accetti le funzionalità del sito risulteranno limitate. Se vuoi saperne di più sui cookie leggi la nostra Cookie Policy.